E’ l’allievo che fa il maestro. Nessuno si fa maestro da sé: è l’allievo, col suo apprendere, a rendere tale chi insegna.

Il detto “l’allievo che fa il maestro” (spesso collegato o confuso con il proverbio “l’allievo supera il maestro”) o con la massima zen “quando l’allievo è pronto, il maestro appare” racchiude diverse sfumature sul rapporto reciproco di apprendimento:
• Inversione dei ruoli: Nel processo di crescita, arriva spesso un momento in cui chi impara (l’allievo) arriva a padroneggiare la materia o a introdurre intuizioni così nuove da “insegnare” qualcosa a chi lo ha guidato.
• La crescita del maestro: Un vero maestro non smette mai di imparare; osservare i propri discepoli e confrontarsi con il loro punto di vista permette a chi insegna di evolvere a sua volta.
• Il superamento: Storicamente e culturalmente (come nel celebre esempio della bottega di Verrocchio con Leonardo da Vinci), il segno del successo di un insegnamento è proprio quando l’allievo sviluppa una maestria autonoma che brilla di luce propria.

Nel contesto del tango argentino, la massima “è l’allievo che fa il maestro” acquisisce un significato tecnico, intimo e profondo. Nel tango non si impara una coreografia fissa, ma si studia l’improvvisazione pura basata sulla connessione corporea. Di conseguenza, la dinamica tra chi insegna e chi impara si ribalta continuamente.
Questa verità si manifesta nella danza in tre modi fondamentali:
• La risposta fisica crea la guida: Nel tango, il maestro (sia esso il leader o il follower nella coppia) non può limitarsi a “comandare” un movimento. È la qualità della risposta dell’allievo – il suo asse, il suo ascolto e la sua interpretazione – a determinare il successo del passo. Un maestro trasmette un impulso, ma è l’allievo che, accogliendolo, “fa” e valida la maestria di quella guida.
• L’improvvisazione rompe gli schemi del maestro: Poiché il tango si fonda sull’ascolto reciproco, un allievo che commette un “errore” o interpreta un comando in modo inaspettato spesso costringe il maestro a uscire dalla propria zona di comfort. Questo spinge chi insegna a improvvisare una soluzione nuova, scoprendo dinamiche inedite. In quel preciso istante, è l’allievo a generare il nuovo apprendimento del maestro.
• Il follower “fa” il leader: Spostando il concetto sui ruoli della pista, il leader (colui che propone il passo) non è nulla senza il follower (colui che lo riceve e lo adorna). Il leader apprende la vera sensibilità solo quando si adatta alle possibilità, ai tempi e alla risposta di chi lo segue. Chi segue “crea” la bellezza di chi guida.
Nel tango argentino, insomma, non esiste un maestro assoluto.
L’insegnamento non è un monologo ma un dialogo speculare: si è maestri solo nella misura in cui si è capaci di mettersi in ascolto del corpo dell’allievo.


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Autore Michele Mollica. I diritti dei contenuti pubblicati appartengono agli autori.