tratto da Il tango ed i suoi labirinti – Rafael Flores

Nel corso dell’epoca coloniale vennero concessi i primi minimi diritti di festa ai neri. Secondo le valutazioni dei censimenti dell’epoca, più o meno degne di fede, ala popolazione detta erroneamente di colore (neri, meticci, mulatti) raggiungeva nel río de la Plata le cinquecentomila persone, a fronte di circa il doppio di popolazione bianca.

Con l’indipendenza, vennero dichiarati liberi i neri nati dal 1813, anche se il testo delle leggi fu spesso solo teorico. Eppure, prima del 1813, i neri si stavano già organizzando in società di soccorso per far fronte alle necessità di elementari: prima fra tutte quel di comperare la libertà di qualche fratello. Durante le loro feste, che si svolgevano in bilico tra la tolleranza dei costumi e la proibizione ufficiale, organizzavano balli di gruppo chiamati naciones e incoronavano re e regine neri che presiedevano le feste. Si vestivano secondo il loro temperamento, suonavano la musica dei loro desideri e soprattutto ballavano in un modo sconosciuto, originale caratteristico. Anche i bianchi avevano loro balli – ci mancherebbe altro! – ma erano balli con caratteristiche diverse, con una notevole povertà espressiva. Ossia senza la creatività e l’inclinazione al ritmo che mostravano i balli eseguiti dai neri. Nell’ambito della Confederazione Argentina, tra il 1830 3e il 1850, durante la dittatura del ricco possidente terriero di Buenos Aires Juan Manuel de Rosas, il populismo governante alimentava i festeggiamenti organizzati dalla gente di colore. Lo stesso Rosas assisteva ai candombes allestiti dalle cosiddette naciones de los negros. Si ballava il candombe accentuandone la ricchezza ritmica in contrasto con la sua quasi assoluta povertà melodica. Più tardi, attorno al 1870-1880, con il transito delle navi commerciali provenienti da Cuba, l’habanera, danza di origine cubana al ritmo di 2/4 con una melodia dolce e leggera, a volte cantabile, cambiò le cose. I marinai neri sbarcati al porto di Buenos Aires cercavano gente della loro razza per divertirsi. Introdussero l’habanera nei centri di ballogestiti dai neri, che non erano più i tambos ma le cosiddette academias il cui perimetro era più stretto, e l’habanera che ballavano allacciati portava ad un maggiore avvicinamento. A questo di riferisce Vicente Rossi quando ci informa che nelle academias si ballava l’habanera stretta e che anche i bianchi si tingevano di nero cercando di imitare le danze dei neri durante le sfilate i strada.

Alla fine del XVIII secolo anche il valzer era arrivato al río de la Plata. Nato in Germani, questo ballo aveva avuto una diffusione prodigiosa negli ambienti suburbani dell’Europa centrale e mediterranea. Disprezzato in origine dall’aristocrazia tedesca, che lo considerava improprio e lascivo, confermò il definitivo avvicinamento della coppia nel ballo. L’atmosfera che lo cullò fu quella delle piste da ballo dove durante le feste, si mescolavano nobili e villani e crollavano le barriere sociali, come era accaduto con i predecessori ellenici e romani.

Durante il XVIII e XIX secolo la vivace comunicazione tra i diversi ambienti sociali, affetto della rivoluzione industriale e democratica, affrettava la sua corsa inarrestabile. Ancora una volta il ballo colmava magicamente l’abisso che separava le classi sociali.

Con il trascorrere del tempo ci furono anche periodi di isolamento delle classi alte, che si dedicarono a discrete danze da sala dalle quali emergeva una intorpidita eleganza, mentre il popolo semplice europeo ed il meticciato continuavano a sperimentare, in America, in un ambito di grande libertà endogena, nuove sfumature coreografiche. Sappiamo che sottobanco le proibizioni di quel ballo la cui invenzione coreografica avrebbe avuto suggestione sessuale, erano già presenti durante il XVI secolo; ce lo rivelano l’ammonizione del clero e le ordinanze governative contro sarabande, landò e ciaccone ballati con cortes e quebradas (figura che implica un forte torsione dei corpi dei due ballerini): duecento frustate e sei anni di galera per gli uomini e l’esilio per molte ragazze che li avessero praticati nel regno di Spagna, secondo Curt Seach. Eppure già allora due tendenze accompagnarono lo sviluppo di diversi balli, tango compreso.

Una, attraverso il teatro, portò la danza ai palcoscenici e sviluppo la sua coreografia basandosi sulle regole dello spettacolo; l’altra, con un impulso simile, iniziò ad insinuarsi nei saloni delle classi alte, dove i balli vennero semplificati ed addomesticati perdendo la spontaneità originaria che avevano mostrato tra l’umile gente del popolo.

Un ufficiale delle invasioni inglesi che devastarono il río de la Plata nel 1807 segnala che le donne ballavano il valzer (…)con una grazia inimitabile e che i valzer erano di gran moda. Il valzer allacciava in coppia bianchi e meticci. Un valzer molto diffuso nel secolo XIX che, personalizzato dai ballerini locali, trovava i suoi interpreti migliori nei sobborghi delle capitali, tra quei gauchos a cui era stata tolta la sella e che lavoravano nel mercato di approvvigionamento di carne e frutta del paese, ed anche tra i numerosi soldati che combattevano nelle guerre civili e di organizzazione nazionale.

Intorno alla prima metà del XIX secolo si aggiunsero altri bali rivali del valzer: mazurca, polca, coti. Ognuno di essi venne assimilato alla criolla, ovvero con modifiche alla struttura musicale e coreografica, la quale si fece meno incline ad esibire l’eleganza ed il corteggiamento sensuale e possessivo della coppia. I protagonisti erano gente sradicata o errante (a causa della loro occupazione o delle circostanze) che si mescolava con l’ultima ondata immigratoria che cominciò ad essere rilevante a partire dalla seconda metà del secolo XIX. Bianch, meticci, mulatti costituirono una corte dei miracoli riunita dalla necessità e dalla casualità nelle feste dei sobborghi al suono di chitarre, flauti, violini e fisarmoniche.

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